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L'arneis dell'Orso Bruno


By La Redazione - Posted on 17 April 2010

Il mondo del vino italiano sta finalmente riscoprendo quella che è una vera e propria ricchezza della propria enografia: i vitigni autoctoni. L'Italia, infatti, può vantare un patrimonio di oltre 350 varietà vitivinicole uniche che hanno, in qualche momento della storia, eletto il Belpaese a loro culla privilegiata.

Questi vitigni, magari perché meno produttivi o più esposti a determinate malattie, in passato sono stati spesso espiantati e sostituiti con varietà commercialmente più valide, o che almeno sembravano tali. Oggi però assistiamo ad un pieno recupero di questo patrimonio di vitigni autoctoni, che vengono riscoperti da pubblico e critica, vinificati in purezza o in uvaggio con altri, rendendo spesso unici alcuni tra i più grandi vini italiani. E' questo il caso dell'Arneis, vitigno a bacca bianca del Roero piemontese, la zona collinare alla sinistra del fiume Tanaro, protagonista di un singolare caso di rinascimento vitivinicolo. Pronipote del latino Renexium, citato nel '400 in vari documenti, oggetto di esperimenti di vinificazione come vermout verso la fine del '700, fino all'800 era considerato uno dei vitigni più validi e radicati nella mentalità produttiva piemontese, tanto che il suo vino era citato espressamente negli inventari contabili come "bianco Arnesi" mentre il resto andava sotto la voce di "bianco di uve diverse". Secondo l'usanza del tempo era prodotto anche come vino dolce, e ancora agli inizi del '900 era molto diffuso e, talvolta, definito “Nebbiolo bianco”. Colpito dalla crisi della viticoltura e dallo spopolamento delle campagne a cavallo delle due guerre mondiali, alla fine degli anni sessanta era ridotto a pochi ettari di impianto: filari sparsi tra quelli di Nebbiolo, soprattutto a contorno dei vigneti per tenere lontani gli uccelli dalle uve nere. Poi, grazie alla sensibilità di alcuni viticoltori, è progressivamente rinato, diventando in poco tempo il bianco piemontese più di moda, grazie alle sue caratteristiche di freschezza e complessità. Nato sulle arenarie siccitose del Roero, terreni soffici e permeabili dove gli strati sabbiosi sono inframmezzati da sottili strati di marne, l'Arneis acquista infatti profumi sottili ed eleganti, e al gusto dona sensazioni sapide e minerali di rara intensità. Uno degli artefici di questa rinascita è stato il grande Bruno Giacosa, sommo barolista e profondo conoscitore della realtà enoica piemontese (e non solo), amichevolmente soprannominato “Orso Bruno” per il suo carattere schivo e i modi riserati. Di lui avremo modo di parlare più compiutamente in seguito, magari recensendo uno dei suoi capolavori come il Barolo Rocche del Falletto. Oggi degustiamo invece il suo Arneis in annata 2004, vinificato completamente in acciaio, dove rimane per circa tre mesi prima di essere imbottigliato.
 

 

A prima vista
Giallo paglierino luminoso, con vivaci riflessi verdognoli. Abbastanza consistente.

Al naso

Pulito, elegante, propone un bouquet intenso di fiori bianchi d'acacia e fienagione cui seguono suggestioni di frutta fresca: la mela, la pera, la pesca bianca, agrumi ed albicocca, con sfumature di nocciola fresca.

In bocca
Fresco, secco, delicatamente acidulo al palato, con sfumature sapide, minerali. Lunghezza e gradevole persistenza di retrogusto amarognolo in un finale non lunghissimo ma di grande gusto.

Secondo noi
Un bianco veramente interessante, pari forse ai migliori Verdicchio, Vermentino e Fiano di Avellino. Ama la cucina semplice ed elegante come i grandi antipasti piemontesi, il vitello tonnato, la carne battuta al coltello all'Albese, i peperoni ripieni. Poi il pesce, naturalmente, e soprattutto quello di lago e di fiume; le carni bianche, le verdure saltate in padella, i primi delicati di pasta e di riso. Servitelo in calici a tulipano, ad una temperatura di 13° circa. Nella versione passita, che profuma deliziosamente di miele e di frutta secca, accompagna i dolci più sontuosi con sicura personalità
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Ottica Guerrieri

 

 

 

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